Nel nostro Paese, è in uso una perversa consuetudine: il potere non serve a soddisfare e a risolvere i bisogni della gente.
L’obiettivo di ogni schieramento vi fa riferimento solo come chiave per ottenere il consenso. Consenso, uguale potere ed il potere serve soprattutto per essere e continuare a mantenerlo.
In tempi di campagne elettorali, ciò è evidente. Basta frequentare l’ufficio d’un candidato. Basta osservare la sequela di via vai di gente afflitta da ogni problema, latore di istanze d’ogni tipo: la pensione, l’invalidità civile, il figlio disoccupato, vincere un concorso, vedersi assegnare la casa popolare.
La condizione per la promessa all’impegno, è essere eletti, perché se non si è eletti, non si acquisisce il potere necessario per incidere, farsi valere ed appagare le richieste. Così dicono loro.
Gli attuali schieramenti che richiedono il consenso e, quindi, il potere, parlano con la retorica della regola dell’alternanza, della bella e democratica possibilità di governare a turno i destini del Paese. Oggi noi, e domani anche voi e lo si afferma anche a prescindere dall’appuntamento elettorale. Si dà per scontato.
La certezza viene dal fatto di essere consapevoli che si governerà tanto per…quindi la gente, scontenta, cambierà opinione.
In fondo, il cittadino, non è il fine, non è il fulcro ed il centro dell’attenzione dei politici al potere.
Essi potrebbero governare magnificamente anche senza di questi perché questi non sono affatto necessari all’espletamento delle loro attività nell’esercizio del potere. Il cittadino è solo un pretesto, enfaticamente serio, ma un pretesto.
Ma se è di alternanza che si parla tanto spesso, allora, perché non governare cinque anni a testa, prima gli uni e poi gli altri?
In questo modo si adopererebbe un serio controllo sulle attività degli uni da parte degli altri e, forse, il cittadino potrebbe finalmente vedere concretizzarsi qualche miglioramento. E con la certezza di governare subito dopo, si eviterebbe la contrapposizione ottusa demolitrice d’ogni determinazione anche quando obiettivamente positiva. Se non altro per evitare ti trovare lo sfascio più totale una volta al governo. Senza contare che si eviterebbe un inutile spreco di denaro in elezioni, e lo spettacolo ignobile di manifesti fatto di facce sorridenti a tappezzare le città.
Se il destino dei cittadini viene lasciato ed abbandonato a sé stesso, se la logica è quella di ottenere il potere a prescindere dagli arzigogoli ideologico-politici, allora che senso anno le “libere” elezioni?
Se i Poli governassero “a turno”, verrebbe meno anche il parossismo adrenalinico di non farcela a vincere le prossime elezioni. Non si avrebbe la paura di non trovare la chiave di propaganda più efficace a convincere gli elettori a votare. Non si verrebbe sopraffatti dall’ansia e dalla bramosia della mancanza della propria “dose” di potere. Soprattutto, si abbandonerebbe l’idea di una perenne campagna elettorale.
La legislatura trascorrerebbe nella tranquillità generale tra quanti governano acquietati nel loro bisogno di potere e gli altri nella certezza che, avendo un po’ di pazienza, governeranno a loro volta. Sicuramente.
Se questa decisione, per certi versi paradossale, non viene proposta né sarebbe accettata quand’anche se ne riscontrassero i presupposti di ragionevolezza, è perché, ciascuno dei Poli, sopraffatto dalla ingordigia di ottenere potere, vive nella continua preoccupazione, di poterlo perdere e nella disillusione di non possederlo in eterno. Il potere è un potente collante.
Altrimenti perché parlare di alternanza? Se una squadra al governo del paese si mostrasse vincente perché idonea ad amministrare la cosa pubblica e venire incontro alle esigenze del popolo, perché dovrebbe essere sostituita?
Deve essere sostituita perché quella compagine, qualunque essa sia, sa già che governerà per la soddisfazione del proprio potere e che disattenderà, per forza di cose, le istanze della gente. Ecco perché i signori della politica di professione parlano di alternanza, non fosse altro per dare un segno. Uno straccio di esempio di democrazia.
Il potere per il potere, dunque. Una perenne campagna elettorale fatta di parole più o meno complesse forbite di aggettivi, connessioni storiche, sofismi ideologici, beghe interne, manifesti elettorali eternamente incollati alle sigle dei Tg.
La “storia infinita” dell’incravattamento altolocato, della elaborazione del concetto politico, della continua perdita di tempo a cuocere continuamente la stessa pappa in varie salse.
Al cospetto di tutto questo, non può esserci che lo sbigottimento. Basta notare il grande disorientamento di 18 cittadini del mondo, deputati e senatori eletti all’estero che sono entrati a far parte di questo sistema perverso, per la prima volta, nella storia di questa Repubblica.
Il potere serve solo ai potenti ad elargire incarichi importanti, a sottoscrivere nomine, ad avere rapporti con i vertici di qualsivoglia struttura, solo con i vertici.
Serve a far sì che il proprio ufficio, finanche la propria segretaria, diventi “il mito”, il luogo dal quale passare come un forca caudina per avere la speranza di ottenere favori.
I cittadini guardano sfrecciare i politici potenti sotto i lampeggianti blu elettrico affascinati dalla riverenza del traffico che si apre e lascia loro il passo.
Guardano. Li guardano passare e si guardano. Si guardano tra loro come le mamme quando ammiccano tra di loro rassegnate sulle mascalzonate dei loro figli scavezzacolli. Che fai? Te li tieni!
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