Oggi, in alcuni settori della borghesia più oltranzista e reazionaria italiana sopravvive ancora una sorta di idiosincrasia anticomunista, un coacervo di psicosi, di nevrosi, di umori e sentimenti antioperai ed antidemocratici che il bandito Berlusconi ha saputo interpretare ed esprimere abilmente per scalare il potere. Questa morbosa isteria anticomunista si traduce nella volontà di isolare e indebolire, non solo e non tanto il P.R.C./Sinistra Europea, quanto soprattutto il rinascente movimento dei lavoratori che è giunto persino a contestare il segretario nazionale della CGIL, Epifani, durante una recente assemblea svoltasi nello stabilimento FIAT di Mirafiori.
Un movimento operaio di lotta che rifiuta ogni referente politico-sindacale e rivendica una propria autonomia intellettuale e pratico-operativa, che spaventa ed inquieta un pò tutti, non solo i padroni, ma altresì i sindacati, i partiti, le istituzioni del Paese.
Ciò che si teme maggiormente non è tanto il presunto "pericolo neo-brigatista", come si è voluto far credere, uno spettro che è stato ancora una volta agitato e sbandierato in maniera ideologico-strumentale (in virtù di quella psicotica fobia anticomunista che angoscia da sempre il padronato italiano) per biechi fini di propaganda antioperaia ed antisindacale. Si teme invece la possibilità, oggettivamente presente nell'attuale momento storico nazionale, di rinsaldare e riagganciare le lotte operaie e dei lavoratori salariati in genere, nelle fabbriche, nelle scuole, con il nuovo movimento di piazza che si è riunito e mobilitato a Vicenza, per costruire una forza unitaria che potrebbe incidere ed operare per una trasformazione radicale della società italiana. Ecco l'origine e la causa delle paure e delle ansie che affliggono i centri di potere dominanti in Italia: la Confindustria, il Vaticano, la NATO, ed ovviamente quelle forze più occulte e più pericolose (mafia, massoneria, servizi segreti, CIA, ecc.) che in passato hanno agito con finalità chiaramente eversive e destabilizzanti, per stabilizzare e consolidare i rapporti di classe esistenti, condizionando pesantemente la vita politica e sociale in Italia.
In poche parole, mi riferisco alla cosiddetta "strategia della tensione", che ha insanguinato la storia italiana soprattutto negli anni '70 (si pensi alla tragica stagione delle stragi di stato, da piazza Fontana nel dicembre 1969 alla strage di Bologna nell'agosto 1980: un'intero decennio di tensioni e violenze stragiste, eversive e neogolpiste), ma che non è mai stata dismessa, anzi. Una strategia risorta prepotentemente nei giorni scorsi, alla vigilia di un importante appuntamento di lotta e di contestazione antimiliarista (e non solo) quale la manifestazione del 17 febbraio a Vicenza.
Non è un caso che proprio in tale occasione sia emersa la vicenda mediatico-politica delle "nuove Brigate rosse" (che poi tali non sono, ma non è questa la sede opportuna per discuterne) a pochi giorni dalla manifestazione di Vicenza. Tale coincidenza non è stata affatto casuale.
Bastava leggere i giornali, i quotidiani di quei giorni molto caldi (in tutti i sensi), bastava seguire alcuni dibattiti televisivi, per verificare le reazioni più diffuse e presenti nei settori più reazionari ed anticomunisti della classe politica dirigente, per registrare la ricomparsa di quegli umori patologici e di quelle nevrosi antioperaie ed anticomuniste di cui dicevo all'inizio. Ho assistito in televisione al dibattito parlamentare che ha fatto seguito alla relazione del ministro degli Interni Giuliano Amato (una relazione alquanto allarmistica e terroristica) e mi hanno profondamente turbato e preoccupato le parole dure e provocatorie, adoperate negli interventi di vari esponenti del centro-destra, tutti volti a criminalizzare ed infamare i movimenti e i fermenti di lotta, di crescita e di cambiamento radicale esistenti all'interno del mondo del lavoro, delle fabbriche e delle scuole, e negli ambienti della sinistra realmente antagonista e alternativa. Insomma, è stato messo in atto un pericoloso tentativo di criminalizzare anzitutto la manifestazione del 17 febbraio, per screditare ed isolare l'intero movimento antagonista che si sta riorganizzando, per demonizzare le lotte e le vertenze popolari, operaie e territoriali che stanno di nuovo emergendo all'interno delle contraddizioni insite nella società capitalistico-borghese in Italia, ma anche altrove. Ma la reazione del movimento è stata egregia, fantastica, addirittura disumana, nel senso migliore del termine, nella misura in cui la manifestazione, assolutamente pacifica e non violenta, ha impartito una memorabile lezione di civiltà, di superiorità e di forza morale e politica, mettendo a tacere le cassandre e i vari profeti di lutti e sciagure che avevano cercato di intimidire e spaventare l'opinione pubblica oltre ogni limite ed ogni ragionevole buon senso. La risposta della popolazione vicentina è stata eccezionale, superba: la città di Vicenza si è stretta in un abbraccio fraterno con i manifestanti, solidarizzando e schierandosi con questi, contro la barbarica decisione governativa di allargare la base NATO per creare il presidio militare più grande d'Europa, per stabilire in Italia il punto di partenza delle future guerre globali permanenti.
E' innegabile che il clima di allarmismo e di tensione generato ad arte in quei giorni, mirava a colpire e provocare proprio quel movimento di piazza che si è ritrovato a Vicenza, per riproporre una nuova Genova. Ma il movimento si è rivelato e dimostrato più maturo e più intelligente, capace di respingere le trappole e le provocazioni, rigettando e vanificando il disegno criminale e terorristico che fu attuato in occasione del G8 del luglio 2001, da parte di alcuni centri di potere che facevano capo ad alcuni settori del governo Berlusconi. Un progetto eversivo che potrebbe essere ancora cullato e perseguito dagli ambienti più nevrotici e schizofrenici della borghesia nazionale e della classe dirigente italiana.
Rammento che in tanti, non solo nel centro-destra, ma anche all'interno dell'Unione (si pensi alle dichiarazioni di Rutelli e di altri esponenti del centro), hanno reclamato un intervento di "prevenzione" e, nel caso (ma quale caso? Un caso provocato ad arte?), di "repressione dura" (si legga: intervento armato) contro "eventuali disordini" (ripeto: provocati ad arte) nel corso della manifestazione vicentina. Ma il movimento ha smentito e spiazzato tutti, neutralizzando e annullando le spinte e le tensioni eversive e destabilizzanti che si erano determinate alla vigilia dell'evento.
L'ostinata e servile posizione del governo Prodi (che ha ribadito le sue iniziali intenzioni militariste) è un esempio in tal senso, nella misura in cui cela ed implica la volontà di mettere a tacere e disinnescare il processo di lotta e di dissenso sociale, messo in moto a Vicenza.
Ora, il vero pericolo sta nel possibile, progressivo indebolimento ed isolamento di questo movimento pacifista e antimilitarista, nonché di tutte le lotte e le istanze espresse dal movimento dei lavoratori che sta riemergendo e si sta riformando nelle fabbriche, nelle scuole e in altri luoghi di lavoro, laddove sono insite le contraddizioni e le conflittualità di classe tra capitale e lavoro salariato.
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