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Commercio Equo e Solidale
Comes – Un Mondo più giusto?

Come sarebbe il nostro mondo se ogni uomo vivesse la sua vita seguendo i valori dell’onesta, dell’armonia, della libertà? Forse un sogno? Non del tutto.
Economicamente questa realtà esiste, ma è sempre stata oscurata dallo stile economico “coloniale” tipico dei paesi industrializzati, dove i cittadini hanno un consumo pro-capite 20/30 volte superiore a quello del “Sud del Mondo” dove circa un miliardo e cento milioni di persone vive con un dollaro al giorno (Rapporto ONU sullo stato della popolazione mondiale, 1994).
La globalizzazione, inoltre, ha favorito nella gran parte dei paesi del Terzo Mondo solo sfruttamento (non è un brutto sogno ma la realtà delle zone franche chiamate “paradisi fiscali” dove le multinazionali del “Nord del mondo” si insediano con le loro fabbriche dove il lavoro è controllato da militari pagati dallo stato ospitante per coprire il sudiciume che vi si annida all’interno); i lavoratori costretti a fatiche disumane sembrano essere stati riportati nell’epoca della prima rivoluzione industriale, quando c’erano troppi doveri e nessun diritto. Per opporsi al sistema imperante, vantaggioso solo alle società produttrici, neppure alle nostre tasche, è nato in Olanda, negli anni 60, un movimento economico che favorisce lo sviluppo di un lavoro onesto e sano.
Il fenomeno si è manifestato solo nella seconda metà degli anni ottanta, ma dove al contempo si è registrato un entusiasmante sviluppo, in particolare in Spagna ed in Italia. In questi due paesi il fair trade, sia come fatturato che come numero di botteghe, ha fatto registrare negli anni '90 un vero e proprio boom: da poche decine di botteghe a 120 in Spagna e quasi il doppio in Italia, da poco più di un milione di Euro di fatturato alla fine degli anni '80, a circa 6 milioni di Euro per la Spagna e 15 per l'Italia alla fine degli anni '90.
Certo, siamo ancora lontani dai risultati che si registrano in Germania dove sono presenti oltre 700 botteghe del mondo, 5000 gruppi di sostegno ed un fatturato che, relativamente alla GEPA, la più importante centrale d'importazione dei prodotti del commercio equo, arrivava al 1998 a circa 90 milioni di Euro. Complessivamente, oggi, sono circa 4000 gli world shops presenti in 15 paesi europei.

Tale commercio viene chiamato Equo e Solidale perché garantisce:
un prezzo equo, tale cioè da consentire ai lavoratori ed alle loro famiglie il soddisfacimento dei bisogni essenziali ed un livello di vita dignitoso. Il prezzo viene preferibilmente stabilito insieme dal produttore e dall’importatore.
la piena dignità del lavoro che vuol dire un ambiente di lavoro salubre, libero a tutti e senza il ricorso allo sfruttamento del lavoro minorile.
la sostenibilità ambientale: si privilegiano e si incentivano le lavorazioni non inquinanti e basate su metodi naturali, si ricorre sempre più spesso all’agricoltura biologica.
la solidarietà, attraverso progetti di rilevante impatto sociale di cui possa beneficiare tutta la comunità (es. scuole, ospedali, miglioramento delle condizioni e delle tecnologie di lavoro, etc).
la democrazia nel processo di lavoro: tutti i prodotti provengono, infatti, da comunità, villaggi e cooperative attente alla reale partecipazione alle decisioni da parte di tutti i lavoratori.
la trasparenza, perché il consumatore sia consapevole e pienamente informato di dove va a finire ogni lira che compone il prezzo che paga. Per fare un esempio, uno studio condotto dall'Organizzazione per il Commercio e lo Sviluppo delle Nazioni Unite, ci dice che se un consumatore spende 100 lire per una banana, 89 si fermano al "Nord" per il pagamento del servizio di trasporto, di intermediazione, di vendita al dettaglio e tasse (tutte fasi controllate dalle multinazionali, a cui va il grosso del ricavato). Le rimanenti 11 lire che tornano al "Sud" vengono spartite tra Stato, produttore ed esportatore: al bracciante della piantagione difficilmente va più dell'1 o 2% e al piccolo contadino che produce in proprio ancora meno (detratte le spese per antiparassitari concimi, al contadino rimane un guadagno di circa 0,02 lire).

Ogni oggetto inoltre ha un suo valore non solo nel prezzo ma nel significato che dietro vi si trova:
Acquistare un maglione peruviano, ad esempio, significa contribuire alla lotta di centinaia di donne incarcerate ingiustamente dal regime di Fujimori. Comprare i bicchieri blu, ad esempio, significa acquistare un prodotto delle donne maya del Guatemala, che resistendo a minacce e aggressioni, sono riuscite a mettere su una cooperativa, Copavic, che lavora il vetro riciclato. Così quando si comprano gli anacardi si scopre che vengono dall'Honduras e sono prodotti da una cooperativa di donne, che oltre a trasformare le pasa (i frutti di anacardio), fanno corsi di alfabetizzazione e hanno creato un'area comunitaria per la coltivazione di ortaggi per il consumo interno.
Ancora cooperative di donne in Filippine che producono zucchero di canna integrale che lottano per sopravvivere alla terapia intensiva del F.M.I. (Fondo Monetario Internazionale) che ha prima indebitato e poi affamato questo paese, con il sostegno dell'ex-presidente Marcos. Ancora donne filippine del Coordinamento donne "Grabriela" - per ricordare Gabriela Galaug, rivoluzionaria filippina, uccisa dagli spagnoli nel secolo scorso - una organizzazione che conta oltre 50.000 aderenti e che, fra l'altro, ha dato vita a due associazioni: "Silang" per la raccolta delle banane, "Nagaisa" per la lavorazione e trasformazione. Così viene prodotta, in un'isola del sud delle Filippine la "banana chips", un prodotto nuovo che ha riscontrato il favore del pubblico europeo.

Il CEeS è anche una grande palestra di pedagogia sociale, una forma di alfabetizzazione economica di chi vive una condizione povera. Oggi, in questa società, occorre il gesto, il comportamento, l'azione, la testimonianza personale. Davanti ai soprusi che la cieca avidità offre ogni giorno reagire significa comprare un caffè.

Il mercato internazionale
Se il commercio equo fosse consistito solo nel fatto di pagare un po' di più i produttori del sud del mondo non avrebbe fatto molti passi in avanti, non sarebbe arrivato a coinvolgere qualcosa come 1.200.000 produttori del sud che rappresentano, considerando il nucleo familiare medio, qualcosa come 7 milioni di persone che vivono più dignitosamente grazie a questa rete internazionale.
La forza del fair trade è consistita in primo luogo nell'aver creato delle nuove relazioni sociali tra produttori del sud e compratori del nord.
Relazioni complesse, qualche volta conflittuali, ma che si collocano nell'arcipelago dell'economia sociale o civile con una forte innovazione rispetto alla storia del movimento delle cooperative (di consumo, di produzione e lavoro ecc.). La differenza rispetto a queste esperienze consiste innanzitutto nell'approccio "globale", nell'aver creato dei network internazionali che sono costitutivi dell'attività del" fair trade", mentre le pur importanti esperienze storiche del mondo delle cooperative avevano sempre una base locale ed un legame, attraverso le federazioni, nazionale. Inoltre, rispetto alle forme mutualistiche del passato, il legame internazionale fa sì che il fair trade non si limiti a creare spazi di mercato alternativo rispetto a quello capitalistico, ma continui a giocare un ruolo di denuncia e di coscientizzazione attraverso la partecipazione /promozione di campagne internazionali per la difesa dei diritti dei lavoratori del sud.
Pertanto, è corretto affermare che il fair trade rappresenti uno dei tentativi più significativi di rispondere alla sfida del capitalismo globale attraverso la creazione di spazi di lavoro e consumo alternativi.
In termini quantitativi si può stimare, al 1998, in circa 0.7 miliardi di dollari il fatturato del fair trade a livello mondiale che, se confrontato al valore degli scambi di beni e servizi a livello internazionale, pari a 6500 miliardi di dollari al 1998, ci dà un rapporto di 0,00008. Vale a dire: per ogni 100.000 dollari di scambi che passano attraverso il mercato capitalistico ce ne sono 8 che passano attraverso il fair trade. Una goccia nel mare del mercato capitalistico? Non esattamente. Se entriamo nel merito dei 6500 miliardi dollari degli scambi internazionali troviamo che: almeno 400 miliardi di dollari sono dovuti al traffico di droghe (vedi rapporto ONU 1997), circa 100 al traffico di armi e rifiuti tossici, e una cifra grande ma non quantificabile è dovuta al commercio di sostanze inquinanti e nocive per l'uomo e per l'ambiente, nonché al recente traffico di clandestini. Se poi passiamo a considerare l'impatto occupazionale del commercio internazionale scopriamo una cosa veramente incredibile. Se applichiamo il coefficiente fatturato/occupazione del fair trade al commercio internazionale troviamo che con i suoi 6500 miliardi di dollari dovrebbe dare un impatto occupazionale pari a 10 miliardi di posti lavoro, più del doppio di tutta la popolazione della terra in età di lavoro! Come è noto, la realtà del commercio internazionale è ben altra: sono circa 370 milioni i posti di lavoro "legati" allo scambio internazionale su scala mondiale e di questi, considerata la prevalenza degli scambi nord-nord e il diverso rapporto capitale-lavoro nelle aree periferiche, abbiamo che circa 220 milioni di occupati li possiamo localizzare nel nord sviluppato e circa 150 milioni nelle aree periferiche.
Considerando questi dati si evince che il rapporto, in termini di impatto occupazionale nelle aree del sud del mondo, del fair trade rispetto al commercio internazionale è di 1 a 150. Un peso marginale, ma non irrilevante! Ma è soprattutto sul piano qualitativo che il commercio etico rappresenta un fatto estremamente significativo per le condizioni di vita dei lavoratori delle aree periferiche.
Innanzitutto, sul piano salariale le condizioni dei lavoratori collegati al fair trade sono nettamente migliori di quelle dei lavoratori che sono dipendenti di imprese locali o di filiali di imprese multinazionali che, va ricordato, da sole controllano circa il 50% degli scambi internazionali. Inoltre, le cooperative o comunità collegate con il fair trade ricevono un credito all'ordine che gli consente di acquistare la materia prima, le sementi ecc. per avviare la produzione. Questo è un fatto di estrema rilevanza per i produttori del sud del mondo.
Dalle storie di vita raccontate dai protagonisti del fair trade, vale a dire i circa 800 partner commerciali di 45 paesi del sud (considerando solo quelli che lavorano con l'European Fair Trade Association) emerge un fenomeno decisamente inquietante: la diffusione e il peso dell'usura. Spesso la chiusura di piccole unità produttive locali è determinata più che dalla concorrenza sui prezzi all'esportazione dal peso micidiale dell'usurario che la fa da padrone in sistemi dove sono totalmente assenti i canali del credito bancario. Infine non va sottovalutato il fatto che negli accordi con i partner commerciali del sud viene da diversi anni introdotta una clausola sociale che prescrive di destinare una quota del fatturato (mediamente intorno al 5%) per migliorare le condizioni di vita della comunità, villaggio, quartiere, ecc. È evidente che questa opportunità è condizionata da una gestione efficiente delle imprese sociali del sud che a sua volta è legata ad una domanda "etica" dei consumatori del nord.

Altre fonti d'informazione:

Eticamente

Altromercato

Equo.it

Fair World

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