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Pena di morte in Italia
La pena capitale comincio' ad essere applicata in Italia da Enrico II nel Basso Medioevo, intorno al 1050, per le varie forme di omicidio; a poco a poco si estese alle legislazioni dei diversi comuni della penisola, sostituendo alla tecnica dell'"imposizione" che consisteva nel pagamento di una somma che l'uccisore doveva effettuare alla famiglia dell'ucciso per evitarne la vendetta, quella della coazione basata sulla pena di morte e su tutte le altre pene mutilanti e deturpanti.

L'uso della pena capitale sara' legittimato nei secoli dagli stessi padri della Chiesa, Sant'Agostino e San Tommaso d'Aquino, sulla base del concetto utilitaristico della 'conservazione del bene comune', in nome del quale diveniva lecito uccidere singoli malfattori.

Nel '500 e '600 si assistette al trionfo e al consolidamento della violenza legale in nome della "ragion di stato" e la pena capitale, accompagnata da ogni sorta di torture raccapriccianti, veniva inflitta per punire un'ampissima gamma di reati, anche minori. Nel 1764 la pubblicazione del libro "Dei delitti e delle pene" di Cesare Beccaria stimolo' una riflessione sul sistema penale vigente; l'autore in realta' ammetteva la pena di morte purche' fosse utile al potere, in cio' non discostandosi affatto dal principio utilitaristico dominante della ragion di stato; Beccaria suggeriva pero' in alternativa alla pena di morte la pena dell'ergastolo. La sua idea piacque molto soprattutto ai principi austriaci particolarmente rivoluzionari come Giuseppe II e Leopoldo I Granduca di Toscana che addirittura andarono oltre. Leopoldo I infatti con la legge del 30 novembre 1786 aboli' sia l'uso della tortura sia quello della pena di morte; purtroppo tali disposizioni restarono in vigore solo per quattro anni in quanto nel 1790 lo stesso Leopoldo stabili' con un editto la reintroduzione della pena di morte contro i 'ribelli' ed i 'sollevatori' ed in seguito per altri reati.

Quasi un secolo dopo, sempre in Toscana, vi fu un nuovo slancio abolizionista da parte del governo provvisorio toscano che, con un decreto in data 30 aprile 1859, aboli' la pena di morte dalle leggi vigenti nel proprio territorio. Questo creo' non pochi problemi al governo della nascente Italia unita poiche' la legislazione penale si trovo' divisa in due spezzoni: da un lato tutta la penisola con la pena capitale, dall'altro la Toscana senza.

Inizio' cosi' un lungo dibattito sull'unificazione penale in cui si fronteggiarono gli abolizionisti ed i favorevoli al mantenimento della pena di morte, finche' nel 1889 entro' in vigore il nuovo codice penale unificato (codice Zanardelli), dal quale la pena di morte era bandita.

Essa fara' pero' di nuovo la sua comparsa nella legislazione penale italiana con una legge del 1926 presentata da Benito Mussolini il quale, avendo subito ripetuti attacchi alla propria vita, ripristino' la pena di morte per punire coloro che avessero attentato alla vita o alla liberta' della famiglia reale o del capo del governo e per vari reati contro lo stato.

Il nuovo codice penale del 1930 (codice Rocco), entrato in vigore il 1° luglio 1931, accrebbe il numero dei reati contro lo stato punibili con la morte e reintrodusse la pena di morte per alcuni gravi reati comuni.

Il governo fascista fu sconfitto il 25 luglio 1943, nel corso della seconda guerra mondiale; dopo l'8 settembre dello stesso anno il paese era diviso in due parti: il Nord era occupato dalle forze tedesche che stabilirono un governo fantoccio guidato da Mussolini; il Sud veniva invece liberato dalle forze alleate. Una delle prime decisioni del nuovo governo fu l'abolizione della pena di morte: il 10 agosto 1944 il decreto legge n. 224 aboli' la pena di morte per tutti i reati previsti dal codice penale del 1930; essa fu pero' mantenuta in vigore in base al decreto n. 159 del 27 luglio 1944 per i reati fascisti e di collaborazione con i nazi-fascisti. Dopo la fine della guerra e la completa sconfitta dei nazi-fascisti, il decreto luogotenenziale del 10 maggio 1945 ammise nuovamente la pena di morte come misura temporanea ed eccezionale per gravi reati come 'partecipazione a banda armata', 'rapina con uso di violenza' ed 'estorsione'.

Fra il 26 aprile 1945 ed il 5 marzo 1947 vennero giustiziate 88 persone per avere collaborato con i tedeschi durante la Seconda guerra mondiale. Queste furono le ultime esecuzioni effettuate in Italia.

Finalmente con la nuova costituzione della repubblica italiana del 27 dicembre 1947 la pena capitale fu bandita per i reati comuni e per i reati militari commessi in tempo di pace; infatti l'art. 27 recita: "Non e' ammessa la pena di morte se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra".

Fino al 1994 il codice penale militare di guerra prevedeva la pena di morte per un'ampia gamma di reati; il Presidente della Repubblica poteva, in base all'art. 87 della Costituzione, concedere la grazia o commutare la sentenza.

Un progetto di legge per l'abolizione della pena di morte dal codice penale militare di guerra fu presentato ed approvato dalla Camera dei Deputati nel luglio 1993. Esso avrebbe dovuto essere discusso al Senato quando il Parlamento Italiano si sciolse per consentire nuove elezioni.

Dopo le elezioni trenta senatori presentarono lo stesso testo che fu approvato dalle Commissioni Giustizia e Difesa del Senato il 14 settembre 1994. Il 5 ottobre 1994 la Camera dei Deputati approvo' il progetto di legge che fu promulgato divenendo cosi' legge a tutti gli effetti il 25 ottobre.

La legge stabilisce che per tutti i reati coperti dal codice penale militare di guerra e dalle leggi militari di guerra, la pena di morte e' abolita e sostituita dalla massima pena prevista dal codice penale. L'Italia e' cosi' diventata un paese totalmente abolizionista .

FONTE: Amnesty International - Italia

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