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Zucker (Come diventare ebreo in 7 giorni)
Titolo originale: Alles auf Zucker!
Nazione: Germania
Anno: 2004
Genere: Commedia
Durata: 90'
Regia: Dani Levy
Sito ufficiale: www.zucker-derfilm.de
Cast: Henry Hübchen, Hannelore Elsner, Udo Samel, Golda Tencer, Steffen Groth, Anja Franke, Sebastian Blomberg
Produzione: Manuela Stehr
Distribuzione: Lady Film
Sottotitolo italiano scioccherello, ma almeno “sotto”, e non in evidenza come accadde per il bel Eternal sunshine of the spotless mind di Gondry. In una Germania plumbea e all’adiaccio, il regista Levy profila incontri e scontri alla maniera di grossi matrimoni greci, di est che non sembrano est o che dir si voglia. Ma non indugia, né lo desidera, in quella comicità grossolana e sfarzosa, non ha il gusto per la risata piena e liberatrice. Tutto sembra estremamente sottomesso a legacci nella corsa di Jackie Zucker alias Jacob Zuckerman, costretto nel ventre pesante di una nazione cresciuta con i suoi strascichi.
L’ex pugile è una patetica figurina, decadente, ingrigita e immersa nel suo grigio. Lo stratagemma che lo rimette in moto è la pretestuosa e poco avvertita morte dell’anziana madre, intrecciata al rocambolesco piano per evitare la prigione da bancarotta. Il vorticoso via vai tra i tavoli da biliardo fumosi, che dovrebbero salvarlo con una consistente vincita, e la famiglia ricostituita lo sfianca e lo salva, come ci aspetteremmo ma non esattamente con le stesse modalità pensate. La sua miserevole e coraggiosa famiglia si incrocia con quella del fratello, ebreo ortodosso. Non è facile sfuggire ai cliches sull’opulenza e la rigidità,frammista a ricordi lontani di sangue, insita nella piccola comunità giudea: nucleo che da una provinciale Francoforte approda in una Berlino “interrotta” e lasciva. Sette giorni di riconciliazione possibili, nella casa schematica delle regole, con gli spauracchi grotteschi di enormi mogli e figli barbuti. Giorni di reinventata fede, di iniziativa creativa, ma anche di malori e ricordi, fino al rimpianto che esplode e si stinge in un commosso abbraccio finale. Curiosa e quasi almodovariana l’aleggiante pesantezza, mista a sarfcastica comicità: pesantezza nei costumi “facili” ma deteriorati dello strip-bar tenuto dal protagonista, degenerazione incostante nelle relazioni: le famiglie sono carnalmente vincolate da un’unione passata, quella tra i due cugini più grandi (la fisioterapista lesbica con figlia e il padre di quella stessa bambina, il giovane rabbino) e la passione-iniziazione tra la virago fuoricorso e il muscoloso balbuziente figlio di Zucker, impacciato e vergine. L’impaccio delinea il film, se ne fa caratteristica deliziante e originale, nel suo insinuarsi. Spezza la durezza dei lineamenti contratti della moglie di Zucker, elide il rischio di lacrima fuoriposto. Ma l’umorismo è chiuso, innocuo, gli stratagemmi e la corsa contro il tempo incalzante e reteirata. Zucker resta un film piacevolmente piano, forse un po’ irrisolto nel suo leggero anelito all’”incontro”.
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"Essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male."
E.De Filippo
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