Match Point: il nuovo teatro Alleniano a Londra

Titolo originale: Match Point
Nazione: U.S.A., Regno Unito
Anno: 2005
Genere: Drammatico
Durata: 124'
Regia: Woody Allen
Sito ufficiale: www.dreamworks.com/matchpoint/
Sito italiano: www.matchpointilfilm.it
Cast: Scarlett Johansson, Jonathan Rhys-Meyers, Emily Mortimer, Matthew Goode, Brian Cox, Penelope Wilton
Produzione: BBC, Thema Production
Distribuzione: Medusa
Ad un anno di distanza da Melinda e Melinda, il regista sceglie una storia distante, assoluta, dissacrantemente plumbea.
Non è esatto affermare che Match Point è il primo film di Woody Allen girato fuori dalla sua Big Apple. Basti pensare alla trasferta italiana di Tutti dicono I love you, e persino alle scene coreutiche chiaramente non metropolitane de La dea dell’amore. Match Point è però interamente inglese, pienamente immerso nella piovosità plumbea di una società in parte “altra”, in cui l’acqua si deposita sui corpi e annacqua con violenza le membra e i pensieri dei suoi personaggi.
Con poche concessioni, felpate, rigorose, alla macchina-cinema il teatro da sempre sottotesto delle storie del cineasta non esita a rivelarsi. Tragedia umana, sotto forma di citazione: Sofocle che argomenta, attraverso la voce del protagonista, sul valore della fortuna nell’esistenza di un uomo. Dunque sorte, fato, ma anche volgarissimo smacco alle convenzionali regole della buona giustizia, che dovrebbe trionfare almeno al cinema. Il richiamo al teatro rimbomba nelle sontuose note d’opera, le parole dipinte e ridicole a sottolineare l’enormità della pazzia, il vigoroso orrore della storia “normale”.
La vicenda di Chris comincia in un salotto ricco e soffocante, attraverso l’espediente ludico di una pallina da tennis indecisa, emblema degli svincoli che dovrà affrontare. Una pallina indecisa, come è lui, impacciata, rovinosa. Istruttore di tennis, sarà attratto da Chloe, vitale ed effimera ragazza di buona famiglia, che sposerà e attraverso la quale rivoluzionerà la sua vita lavorativa. Eppure sarà attratto, passionalmente, ineluttabilmente, da un altro sguardo straniero: quello di Nola, figura ondeggiante e decadente persino nel nome. Sarà un incrociarsi di andature barcollanti quello tra l’attrice sfortunata e l’apparentemente glaciale irlandese. Un susseguirsi di ripensamenti a frastornare il bel viso compatto, il linguaggio apatico, le movenze vagamente scivolose.
La prima parte del film scorre deliziata e quasi frivola, con un pubblico in sala attento a sottolineare, come nei grandi riti, il clownesco andamento di un innamoramento che non sa d’amore. Poi le linee spezzate, le urla, il potere decisionale che s’impossessa si Chris nel più crudele, nel più odioso dei modi. Un anello che non riesce ad oltrepassare una ringhiera, stretto simulacro di quella fede paterna adottata e volgarizzata, lo salverà. Una concatenazione quasi inverosimile di eventi che porta al trionfo di un fato favorevole, nonostante il consueto impaccio del giovane diventato omicida, il consueto disfarsi del suo viso di fronte all’atto che premedita e compie. Nonostante il forte sospetto, un pre-finale che torna a colorare la pellicola di sarcasmo, dopo l’indifferenza per quella (o meglio quelle) morte, vede i due poliziotti-caratteristi assolvere Chris. Al quale non resterà che affrontare, tra brevi lacrime di rimorso e freddi appigli ad un sapere superiore, i fantasmi delle due donne morte.
A differenza di quanto affermato dallo stesso Allen, resta arduo riuscire ad assolvere i lineamenti obliqui del protagonista, né si riesce a provare simpatia per la vittima e per la sua ampollosa, distrutta bellezza. Lo stesso film, piacevole ed impeccabile formalmente, ci narra una storia terribile senza stucchevole pathos, ma con un cronachismo che a tratti mostra lacune psicologiche. Comunque, un gradevole brivido che coniuga storia e cultura antica, religione e gioco agonistico.
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