Il regista di matrimoni
Nazione: Italia, Francia
Anno: 2006
Genere: Commedia
Durata: 107'
Regia: Marco Bellocchio
Cast: Sergio Castellitto, Donatella Finocchiaro, Sami Frey, Gianni Cavina, Maurizio Donadoni
Produzione: Eurimages, Film Albatros, Rai Cinema, Dania Film
Distribuzione: 01 Distribution
Data di uscita: 21 Aprile 2006 (cinema)
Una corsa di uomini con le gambe nei sacchi, per una via stretta. Una cittadina di bellezza incomprensibile, ridente ma ritrosa, fulgida di passato e mura, di biancori di vita notturna. Due delle immagini a scenario sul nuovo luogo eletto dal cinema di Marco Bellocchio: una terra mitica, circondata dal mare, dove l’attualità viene scossa e sfrangiata dal sogno.
E’ ancora il sogno a dominare le immagini e la storia, come in Buongiorno, notte ma soprattutto come il densissimo L’ora di religione, al quale Il regista di matrimoni è idealmente legato per le affinità evidentissime: l’attore, e quasi lo stesso personaggio, in crisi profonda ma pacatamente creativa, il dialogo rivelatore con esseri fantasmatici o grottescamente irreali (il Conte Bulla, e qui il Principe Sami Frey), l’incontro con una donna incomprensibile ma qui molto più vera, terrena e avvicinata e soprattutto il bizzarro intreccio di musiche. La sacralità di Gyia Kancheli e le scale di Satie, non nascoste ma avviluppate alla trama e nominate, chiarificate. La canzonetta retrò ancor più straniante e divertita per l’apporto vocale, il timbro suadente e roco della Melato, e quell’inquietudine da spazio aperto, da passaggio tra luce bianca e antri oscuri rivelati dalla definizione di una telecamera nascosta: il tema percussivo e metallico che accompagna Castellitto-Franco Elica mentre passeggia per il paese, composto da Giugni, e il ritorno di Carlo Crivelli per il tema di Bona.
La crisi professionale e familiare assale Elica, come Picciafuoco ateo e qui padre di una ragazza che sta per sposarsi con un fervente cattolico. Accetta di girare, con il suo tocco d’artista così raffinato e studiato, il filmato di un matrimonio che non è come tutti gli altri. Lo vediamo studiare le angolazioni, rincorrere pezzi di ambienti e destrutturare la sua stessa, controversa professione. Lo spettro della vecchiezza di idee si affaccia continuamente in questo nuovo lavoro così tradizionalista e antitetico, la realtà resa finzione contrapposta all’ennesima versione de “I promessi sposi”, da lui abbandonata. In uno spazio circoscritto incontra un vecchio collega che credeva morto, che gli spiega come, spacciandosi per defunto, riesca ad ottenere maggiori successi. “I morti comandano in Italia”, ripete ossessivo Smamma, escluso dal suo stesso nome, nominalmente destinato ad immergersi, ogni notte, nei flutti di una piccola spiaggia, fino a sparire dopo una forsennata corsa in cima ad una chiesa. Con una croce colpita da fuochi d’artificio, che minacciosa e piangente arde, e muore simbolicamente.
Non muore il dubbio, non muore la professione di artista, di occhio del mondo, esplorata da Bellocchio come nel così diverso Il caimano di Moretti. Ma Bellocchio non fa “film di parola”. L’immagine è ciò da cui scaturisce pittoricamente il pensiero, la teoria, il suono da essa separato e ad essa contraltare è il suo inchiostro disperso, incontenibile. E’ attraverso gli elementi propri del cinema, attraverso le sequenze ad inserto, a brandelli che il film parla. E parla la storia, rivisitazione fiabesca di quel vituperato romanzo manzoniano, fiaba antica e gesto estremo compiuto dalla ragazza, la bellissima figlia del principe che sta per sposarsi e che classicamente si ribella, ma sfilacciando qua e là la sua immaterialità iconica. Un “Innominato” capace di conversare con i cani del palazzo in una lingua straniera la aiuta a fuggire dal matrimonio pensato, filmico, e si aggira un sospetto dell’orchestrazione del padre. Tutt’altro che divino, ma dotato di una personalità da spiritello, il Principe recitante nella sua malvagità sembra volere quell’epilogo, quella fuga che nei pensieri dei protagonisti si apre riottosa come una serie di scatole cinesi.
Il regista di matrimoni avvolge con la sua leggerezza apparente, smentita da una seconda lettura, da una seconda visione. Ha toni da commedia, ruoli in cui gli esseri reali si reincarnano, ed è lontano in questo dal suo alter-ego L’ora di religione, in cui la componente ironica si stingeva in un afflato unico. Quel suo essere gradevole pare allontanarlo, per pochi istanti, dall’essere semplicemente “bello”. Ancora sfumata, madreperlacea la figura femminile, alla quale il regista-uomo si accosta con rispettoso dubbio, significante silenzio, in un cinema in cui le denominazioni sentimental-sessuali, seppur presenti, vengono sopraffatte dalla rotondità delle immagini e dal pensiero intimista e universale che ne scaturisce.
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