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IL RAPPORTO DI HUMAN RIGHTS WATCH

L'INTIFADA SAHRAWI, VERA RESISTENZA CIVILE NON VIOLENTA

CHI RICONOSCE LA REPUBBLICA SAHRAWI?

LE FOTO DELLA REPRESSIONE NEI TERRITORI OCCUPATI

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Un po' di storia...
...e di geografia!!
I campi profughi: uno Stato in esilio!
Il Muro
Chi riconosce la Repubblica Sahrawi?
Il rito del Tè
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il secondo mestiere più antico del mondo (Marco)

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La sensibilizzazione
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  Viaggio nella realtà sahrawi (gennaio 2006)
 
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Il Muro (le foto)
El Ayoun (le foto)

..emozioni dal deserto..(Marco)
...ma che cosa ci torno a fare?.. (Gè)
...ecco cosa ci torno a fare (Gè)
 

 
  Marzo 2005: El-Ayoun
 
Il viaggio nei campi
Le foto

...Alba
...Germana...
 

 
  Scatti dai campi profughi
 
Dia de la mujer
Centro afectados por minas
La distribuzione degli alimenti
 

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Uno Stato in esilio
Non essendosi mai rassegnati alla loro condizione di esiliati e spinti dal desiderio e dalla certezza di un prossimo ritorno nelle loro terra, i Sahrawi hanno realizzato una delle esperienze politiche e sociali più interessanti del nostro secolo: la costruzione di uno «Stato in esilio». I circa 200.000 Sahrawi che vivono nei campi profughi nel deserto algerino, nelle vicinanze di Tindouf, sono organizzati in 4 distinte tendopoli, le wilaya. Ciascuna wilaya porta il nome di una città del Sahara Occidentale (El Ayoun, Smara, Dakhla Ausserd), è divisa in 6 o 7 “province”, le daira, ed assume, ai fini amministrativi, le funzioni di un distretto regionale. In questo modo si è cercato di ricreare, seppur in terra straniera, la realtà politica ed amministrativa di uno stato, rafforzando così, al contempo, l’identificazione ed il legame con la patria d’origine.

In funzione del ritorno nei territori occupati e dell’ufficiale riconoscimento della R.A.S.D. da parte del mondo occidentale, la costituzione di un sistema educativo e sanitario in grado di soddisfare le necessità primarie della popolazione sono da sempre tra le priorità del popolo Sahrawi in esilio. Il tasso di scolarizzazione elementare è ormai prossimo al 100% e sono molti i giovani inviati presso Paesi “amici” (Algeria, Cuba ed ex Unione Sovietica) per completare gli studi superiori ed universitari, specialmente in ingegneria e medicina. Il risultato è ancor più sorprendente se si considera che i mezzi a disposizione sono davvero scarsi: le strutture scolastiche sono spesso fatiscenti, le attrezzature primarie come banchi e lavagne quasi inesistenti e perfino la disponibilità di matite colorate, penne e quaderni è molto bassa. La medicina di base, nonostante lo scarso materiale sanitario a disposizione, è discretamente diffusa: ciascuna wilaya ha un proprio centro sanitario ed esiste anche un ospedale centrale, a Rabouni, in cui possono essere realizzati alcuni semplici interventi chirurgici e/o visite mediche più specialistiche, anche e soprattutto grazie alla presenza di operatori internazionali che affiancano il personale locale.

L’organizzazione sociale all’interno dei campi è tale che tutti sono chiamati ad avere un ruolo attivo, soprattutto le donne che condividono responsabilità quasi a tutti i livelli. Il popolo Sahrawi, infatti, vive la propria religione islamica lontano da ogni fanatismo e fondamentalismo, lasciando molta libertà d’azione e movimento alle donne. In realtà le donne, con il loro comportamento, si sono ampiamente guadagnate questa parziale libertà. Gli uomini, infatti, sono stati e sono spesso lontani dai campi (per combattere con il Fronte Polisario prima e per promuovere la causa Sahrawi e per lavorare oggi) ed è soprattutto grazie al lavoro ed all’ingegnosità delle donne Sahrawi che la vita nei campi si è andata organizzando in modo tale da impedire l’instaurazione di quei meccanismi d’attesa passiva, di fatalismo, smobilitazione e corruzione, così comuni nei campi profughi africani.

Nonostante gli sforzi quotidiani, la vita nei campi è ancora al limite della sopravvivenza. Il deserto in cui sono situati i campi, quello dell’Hammada algerino, è uno dei luoghi più inospitali della terra, dove la temperatura in luglio ed agosto può superare i 60°C. L’acqua a disposizione è pochissima (com’è noto, nel sottosuolo del Sahara vi sono numerose falde acquifere ma lo sforzo economico necessario per estrarre e rendere potabile l’acqua è raramente alla portata delle associazioni che aiutano la popolazione) e la popolazione vive principalmente delle risorse (alimentari e non solo) provenienti dagli aiuti internazionali.

Le famiglie vivono in grandi tende di tela, regalo della mezza luna o della croce rossa internazionale e, più di recente, in piccole abitazioni di mattoni di sabbia. Per coerenza rispetto al sentimento di precarietà con il quale i Sahrawi vivono la loro permanenza nei campi profughi algerini, lo spazio utilizzato da ciascuna famiglia è relativamente poco, e gli ambienti occupati svolgono contemporaneamente la funzione di dormitorio, sala da pranzo, sala degli ospiti e, in alcuni casi, ripostiglio.

Le principali attività quotidiane degli adulti riguardano la gestione delle faccende domestiche (pulizia personale e degli ambienti in cui si vive, preparazione dei pasti, raccolta dell’acqua o del gas e, per le famiglie più fortunate, custodia del bestiame) a cui possono, in alcuni casi, aggiungersi attività di lavoro sociale (insegnamento nelle scuole, attività mediche nei dispensari, lavoro nella radio della wilaya, ecc…). Il molto tempo libero che resta è spesso dedicato alla socializzazione: i Sahrawi amano ritrovarsi assieme e discutere facendo il tè, vero rituale attraverso il quale le famiglie danno il benvenuto ai propri ospiti.

I bambini, invece, dopo aver frequentato la scuola per otto ore ed aver aiutato la famiglia nello svolgimento di semplici faccende domestiche, trascorrono il loro tempo in strada, cercando con la fantasia e l’ingegno tipico dei bambini, di sopperire alla mancanza totale di giochi e strumenti per il gioco. Questa situazione, se da un lato stimola la loro creatività e la loro capacità di adattamento, dall’altro priva i più piccoli degli stimoli necessari per un corretto e vivace sviluppo delle loro capacità intellettive, soprattutto considerando le condizioni in cui i pur ingegnosi insegnanti operano nelle scuole dei campi.

Ancor più deprimente è la situazione vissuta dai giovani, che trovano nei campi poche attività cui dedicarsi e che spesso vedono la loro professionalità (e gli sforzi sostenuti per maturarla) non utilizzata. Come già detto, sono molti i giovani che all’età di 14/15 anni si sono trasferiti in un paese straniero per continuare i propri studi e contribuire così allo sviluppo della società Sahrawi una volta riconquistata la propria terra. Terminati gli studi, però, questi giovani sono tornati non nel Sahara Occidentale, come si poteva supporre dalle diverse risoluzioni sancite dall’O.N.U., bensì nei campi profughi, cioè in una realtà in cui le competenze maturate non possono ancora esprimersi direttamente ed il cui confronto con la realtà vissuta nei paesi in cui si sono formati risulta particolarmente sconfortante.

Le durissime condizioni di vita nei campi, il protrarsi nel tempo della permanenza nei campi profughi, la nascita di generazioni che non hanno mai vissuto nel Sahara Occidentale, ed i sempre più frequenti contatti con il mondo occidentale, stanno a poco a poco sfaldando il compatto tessuto sociale che è stato ed è tuttora la forza di questo popolo. Negli ultimi anni i comitati di base, supportati dalle associazioni di cooperazione internazionale che operano sul territorio, hanno dato vita ad una serie di mini progetti (recupero/riciclaggio di qualunque tipo di materiale, esperimenti agricoli, organizzazione di attività ludico-motorie) finalizzati da un lato a stimolare uno sfruttamento economico ma rispettoso dell’ambiente in cui i Sahrawi vivono, dall’altro ad offrire a giovani e bambini la possibilità di occupare il tempo a disposizione in attività pratiche e fruttuose, impedendo loro di annoiarsi evitando così anche l’insorgere di fenomeni di delinquenza e di emigrazione.

Nel febbraio 2006, i campi profughi Sahrawi sono stati colpiti da un fortissimo alluvione che ha devastato gran parte delle strutture faticosamente costruite nei campi; le stime ufficiali della Croce Rossa e delle Nazioni Unite parlano di 12.000 tende grandi (50% del totale) e del 25% delle strutture in muratura (scuole, strutture sanitarie, uffici) distrutti e, cosa ancor più grave nell’immediato, della distruzione del 70% delle riserve alimentari e sanitarie.


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