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Notizie dal Sahara Occidentale |
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Associazione Sahara Libre |
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Viaggio nella realtà sahrawi (gennaio 2006) |
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Scatti dai campi profughi |
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Sahrawi, l’ultima colonia africana |
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di Nella Condorelli (Articolo 21)
La denuncia delle associazioni della società civile sulla sistematica violazione dei diritti umani nel Sahara occidentale da parte del governo marocchino. I dossiers di Amnesty International. L’appello dei detenuti politici in sciopero della fame da quattro mesi per il diritto all’autodeterminazione sancito dall’ONU. Il silenzio dell’informazione.
A Roma, come nelle altre capitali europee, giornata di digiuno, raccolta firme e appello alla comunita’ internazionale per l’immediata ripresa dei negoziati tra Marocco e Sahrawi, e l’applicazione della Risoluzione ONU sul referendum per l’autodeterminazione nel Sahara occidentale.
Il primo scenario racconta di un pacifico popolo di tribu’ nomadi, i Sahrawi, signori del Sahara occidentale e dei suoi villaggi d’acqua sulla costa atlantica, costretti a diventar cammellieri, senza memoria di mare, lungo le piste piu’ interne del deserto che qui si chiama erg, orizzonte di sabbia, pianura infinita di dune modellate dal vento, sempre uguali e sempre diverse.
Il secondo scenario vede questo stesso popolo spezzato in due, e decine di migliaia di famiglie, tre generazioni una dopo l’altra, ritrovarsi divise a brandelli, di quà e di là: abitanti di serie B a ovest, nelle città sull’oceano occupate da gente nuova, straniera, marocchini venuti da Nord; ed esuli forzati a oriente: 160.000 rifugiati alle prese con vite di sabbia negli accampamenti battuti dal vento del deserto algerino.
Il terzo, fondamentale scenario è invece tutto Occidentale. Riguarda la glaciale indifferenza, ed il generale silenzio stampa, che l’agenda politica internazionale riserva oggi a questo popolo ed alla questione del Sahara occidentale. Terra secolare dei nomadi Sahrawi. Storica regione cuscinetto con l’Africa sub-sahariana, sulle rotte delle grandi piste carovaniere che legarono per secoli il Mediterraneo con l’Atlantico e con i Regni e i tesori dell’Africa nera.
Preda ghiotta del colonialismo europeo del primo Novecento per via delle sue miniere di fosfati a cielo aperto, le piu’ grandi del mondo.
Arbitrariamente occupata alla partenza degli spagnoli, nel 1976, dal Marocco alauoita di Mohamed V, ed altrettanto arbitrariamente ridotta a colonia-provincia dai suoi successori, Hassan II e Mohamed V, nonostante le decine di risoluzioni ONU che dal 1950 sanciscono la piena legittimità delle rivendicazioni indipendentiste dei Sahrawi, ed il loro diritto ad autodeterminare il futuro politico e amministrativo della terra che gli appartiene, da sempre.
Metafora del presente, la questione Sahrawi è come un prisma. Ci sono, nella storia recente e nel destino futuro di questo popolo africano, un’antica confederazione di tribù legate dalla stessa lingua, l’hassanya, e dagli stessi modi di vivere, oltre che dalla stessa religione, l’islam, tutte le domande che agitano oggi il tempo e la coscienza dell’Occidente: i nuovi colonialismi dell’epoca globale, il diritto dei popoli all’autodeterminazione, il rispetto della legalità internazionale, la denuncia delle violazioni dei diritti umani. Uguali per chiunque, persone e popoli, ma a quanto pare non per i Sahrawi.
La denuncia viene da Amnesty International e dalle associazioni internazionali che da anni sostengono i diritti del popolo Sahrawi. Le fonti parlano chiaro, e non da ora: detenzioni illegali, torture, percosse, maltrattamenti, sparizioni, case date a fuoco; la brutale repressione poliziesca si abbatte su chiunque dichiari la propria identita’ sahrawi, e l’attaccamento alla causa dell’indipendenza, tanto nel Sahara occidentale occupato quanto nel resto del Marocco.
L’ultimo giro di vite, in ordine di tempo, riguarda le manifestazioni di protesta, una nuova intifada popolare pacifica, che da quattro mesi stanno scuotendo Rabat a partire dalla città di Al Aiun, dove le forze di sicurezza di Rabat hanno arrestato e incarcerato illegalmente centinaia di manifestanti. La stampa e la tv marocchina hanno continuato ad ignorare i fatti, compresa la protesta di 39 detenuti sahrawi da quattro mesi in sciopero della fame nella “prigione nera” di Al Aiun.
Nessuna copertura nelle nostrane RAI e MEDIASET, neppure sulle manifestazioni di solidarietà, la Giornata europea di digiuno, che mercoledì 5 ottobre hanno riempito di gazebi molti comuni italiani grandi e piccoli, a partire da Roma dove l’Associazione Nazionale di Solidarietà con il Popolo Sahrawi ha raccolto numerosissime adesioni, e centinaia di firme solidali.
Silenzio stampa anche dalle grandi agenzie internazionali; come avviene ormai da tempo per tutto quello che riguarda il Sahara Occidentale, ognuno si tiene lontano come puo’ da queste contrade. Di mezzo, c’è la questione dell’indipendenza di un piccolo, fiero popolo africano nell’attuale ordine mondiale; di mezzo, ci sono le nuove relazioni bilaterali Usa-Marocco e gli scenari creati dal terrorismo internazionale; ci sono le nuove concessioni per la ricerca petrolifera, gestite in toto da Rabat, e l’intensificarsi dello sfruttamento delle miniere di fosfati divenute ormai marocchine. Un rapporto dell’ARSO, Association de Soutien a’ un Referendum libre et regulier au Sahara Occidental, racconta che a partire dagli anni Settanta il governo di Rabat ha ricevuto da Washington un miliardo di dollari per spese militari, e 1.3 miliardi per sostegno economici, mentre le coste e il territorio marocchini sono preziosi punti d’appoggio per le forze aeree e navali americane. Nei primi mesi del 2005, i due Stati hanno anche firmato un Free Trade Agreement che elimina il 95% delle tasse sugli scambi bilaterali.
Ottimi motivi per continuare ad insabbiare la questione Sahrawi.
Riuscira’ la nuova Intifada popolare a tirare fuori dall’isolamento la crisi politica del Sahara occidentale, ultima e dimenticata colonia africana?
Al Aiun, Sahara occidentale. La citta’ sahrawi di Al Aiun, ribattezzata in arabo-marocchino Laayoune, è un cubo disordinato di case di fronte all’Oceano Atlantico. Nelle brochures istituzionali del Ministero degli Interni e del Ministero della Comunicazione marocchini viene descritta come il fiore all’occhiello del piano di sviluppo urbano del Sahara Occidentale predisposto dopo il recupero del 1976. Nei fatti, la città che ti viene incontro sulla strada costiera che da Essaouira scende sino al confine con la Mauritania, è un scacchiera disordinata di nuovi quartieri senza infrastrutture e di desolate bidonvilles abbarbicate una all’altra. Davanti, l’oceano è una striscia d’acqua scura; dietro c’è il deserto, un’infinita distesa di nulla.
Al Aiun conta oggi circa 150.000 abitanti, con una percentuale in continua crescita di residenti marocchini, veri e propri coloni trasportati e stanziati qui (come dappertutto, nei villaggi del Sahara Occidentale) per abbassare il tasso di residenti sahrawi e inquinare l’identità della regione.
Dal 21 maggio scorso, questa città di sabbia è anche il cuore della nuova Intifada popolare. La protesta è esplosa dopo la decisione delle autorità marocchine di trasferire ad Agadir un detenuto politico sahrawi, Hamed Haddi, in carcere da due anni dopo un processo sommario, e vittima di maltrattamenti e torture. Per settimane, le strade cittadine sono teatro di manifestazioni spontanee (represse dalla polizia marocchina con arresti di massa) che chiedono l’immediata liberazione di tutti i detenuti ‘in prigione solo perchè sahrawi’, la ‘fine della tirannica occupazione marocchina’, e ‘l’indipendenza del Sahara occidentale’.
Secondo il Rapporto sui fatti di Amnesty International, Marocco e Sahara Occidentale, Nuovi arresti e torture verso i difensori dei diritti umani Sahrawi., “ (…) per tutti i detenuti l’accusa è di complotto e turbamento dell’ordine pubblico (…) Molti di loro hanno dichiarato di essere stati vittima di atti di tortura e maltrattamenti per aver manifestato a favore dei Sahrawi ed aver sostenuto l’indipendenza del Sahara Occidentale. Secondo alcune informazioni, questi detenuti sono stati picchiati con bastoni e calci, insultati come ‘traditori’ del Marocco (…).”.
Il 29 luglio, tutti i prigionieri detenuti nelle carceri di Al Aiun, di Ait Melloul e di Oukacha a Casablanca iniziano uno sciopero della fame che è durato tutta l’estate, sino ad oggi. Quel che chiedono è l’applicazione delle Risoluzioni ONU, il rispetto degli accordi internazionali, ed il via libera al referendum popolare. Tra loro ci sono molte donne, e Aminatou Haidar, leader storica della causa sahrawi, militante dei diritti umani. L’appello, diretto al re marocchino Mohamed VI ed al Ministro degli Interni, è raccolto dalle associazioni internazionali che difendono i diritti umani, e i diritti del popolo Sahrawi.
A Roma, sotto il gazebo allestito in piazzetta San Marco dall’Associazione Nazionale di Solidarietà ai Sahrawi, federata all’EUCOCO, il Coordinamento Europeo di Sostegno al Popolo Sahrawi, i fogli si riempiono velocemente di firme e di adesioni. Arrivano dai tantissimi comuni, del nord e del sud del nostro Paese, che appoggiano la causa Sahrawi con tutti i mezzi, compresa la gara di solidarietà che vede centinaia di famiglie italiane impegnate ogni estate ad ospitare i bambini sahrawi, i profughi del deserto algerino che non hanno mai visto una città.
Adesioni sono arrivate anche da associazioni di volontariato, da gruppi parlamentari, da partiti politici, da europarlamentari, tra cui la presidente dell’Internazionale Socialista, Pia Locatelli, parlamentare europea dell’Unione. Comune la denuncia perchè cessi immediatamente la violazione sistematica dei diritti umani nel Sahara occidentale e il richiamo alle Nazioni Unite per la ripresa dei negoziati e l’organizzazione del Referendum. Centrale, l’appello al ruolo che i Governi nazionali potrebbero svolgere nella mediazione tra le due parti, per la pace in questa contrada africana.
Carlo Leoni, deputato dell’Unione e coordinatore con il collega Forlani della Casa delle Libertà, dell’Intergruppo Parlamentare per la Libertà del Popolo Sahrawi, che vede insieme un centinaio di deputati e senatori di entrambi gli schieramenti, non ha dubbi al proposito.
Leone rammenta le prese di posizione del nostro Parlamento sul Referendum per l’autodeterminazione del popolo Sahrawi, e gli ordini del giorno più volte approvati in Aula nella scorsa legislatura, sottolineando come “ purtroppo, l’attuale atteggiamento politico diplomatico del Governo, teso a non scoraggiare il Marocco, privi l’Italia della possibilità di svolgere un ruolo di mediazione importante.”. “In questa fase di lotta al terrorismo” , aggiunge, “bisognerebbe piuttosto impegnarsi a chiudere tutte le questioni rimaste aperte nell’agenda politica internazionale, com’è appunto la questione Sahrawi. Questo popolo che ha accettato ogni cessate il fuoco e lotta pacificamente per i propri diritti, dovrebbe piuttosto essere premiato, ed invece viene perseguitato. Chiediamo al Governo anche di sensibilizzarsi sull’emergenza umanitaria nel Sahara occidentale, e al Marocco di cessare le violazioni di diritti umani, consentendo la visita di una nostra delegazione parlamentare, visto che le missioni disposte da gruppi parlamentari europei vengono regolarmente rispedite indietro, come recentemente accaduto ad un gruppo di deputati regionali spagnoli.”.
La questione Sahrawi. Appunti per non dimenticare. La prima ipotesi di referendum per l’autodeterminazione del popolo Sahrawi, approvata dall’Assemblea delle Nazioni Unite, risale al lontano 1965.
Già un anno prima, il Comitato speciale per la decolonizzazione, costituito in seno all’Assembla Generale (che detiene la competenza, con parere vincolante, sulla concessione dell’indipendenza ai territori sotto dominio coloniale) aveva affermato la piena legittimità dei Sahrawi all’autodeterminazione, inviando la Spagna di Franco ad andarsene, e il Marocco e la Mauritania, che avevano già ottenuto l’indipendenza dalla Francia, a tenersi lontani dal Sahara occidentale. Territorio delle tribù Sahrawi che, sino all’arrivo degli Spagnoli nel primo Novecento, nessuno era mai riuscito a sottomettere, nè i sultani marocchini da Nord, nè gli Emiri mauritani da sud. Oltre tutto, azioni di guerriglia e manifestazioni popolari Sahrawi avevano contrastato per anni anche la dominazione spagnola.
Nel 1965, la Risoluzione ONU numero 1514, seguita da quella 2229/1966, applica ai Sahrawi le garanzie d’indipendenza già affermate per altri popoli africani, in Namibia per esempio, garantendogli la possibilità di costituirsi uno stato, e di determinare il proprio futuro politico.
Ma tutti gli anni Sessanta, e buona parte degli anni Settanta, passeranno senza risultati concreti. La Spagna non molla la sua colonia; Marocco e Mauritania premono per spartirsi la terra, una volta partiti gli spagnoli.
Le risoluzioni ONU si moltiplicano al ritmo quasi di una l’anno, arricchendosi nel 1975 anche del parere della Corte Internazionale di Giustizia. Interpellata su richiesta del Marocco e della Mauritania, la Corte respinge le loro rivendicazioni territoriali, riafferma l’applicazione al Sahara occidentale del diritto alla decolonizzazione e all’autodeterminazione. E invita, ancora una volta, la Spagna a sloggiare dalle terre Sahrawi.
La svolta arriva alla fine del 1975, anno che vede contemporaneamente il disimpegno degli spagnoli e l’arrivo di 350.000 marocchini. Sono i nuovi coloni, al seguito del re Mohamed V. Ancora in nome dell’ambiguo concetto di integrità territoriale nazionale già bocciato dalla Corte Internazionale, invadono il Sahara occidentale. E’ la Marcia Verde, episodio considerato epico nella Storia del Novecento marocchino, grazie anche all’ignoranza popolare sulle complicate genealogie delle tribù africane. Seguiranno, nell’ordine, l’Accordo di Madrid tra Spagna, Marocco e Mauritania che ratifica la presenza di questi nuovi coloni, istituendo un’amministrazione provvisoria congiunta marocchino-mauritana (peraltro incompatibile con la politica di decolonizzazione e le risoluzioni ONU), e la reazione armata dei Sahrawi del Fronte Polisario, il Fronte Popolare per la Liberazione del Sahara occidentale, esercito di liberazione nazionale, costituito due anni prima, nel 1973, per rivendicare l’indipendenza dagli Spagnoli.
E’ il 1976, l’autorità spagnola lascia il Sahara occidentale. Il Consiglio Nazionale Sahrawi, formato dal Fronte Polisario e dalla Djemma, l‘assemblea tradizionale delle tribù, proclama la nascita della Repubblica Araba Sarhawi Democratica, la RASD, stato libero, indipendente e sovrano, che proclama il rispetto della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, della Carta delle Nazioni Unite, dell’Organizzazione dell’Unità Africana (OUA), della Lega Araba. Nel 1982, la RASD diventerà ufficialmente membro dell’OUA, attualmente ne è vicepresidente, e sarà riconosciuta da 73 Paesi, quasi tutti africani.
Il resto, sino ai nostri giorni, è come un muro che a volte si crepa, ma non crolla.
Così nel 1988, quando a seguito della missione congiunta ONU/OUA - che nel 1991 darà vita al Minurso, Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale, la prima operazione di peace keeping della storia -, RASD e Marocco firmano un’accordo per la fine definitiva del conflitto armato che comprende anche l’organizzazione di un referendum, “ free and fair”, mediante il quale i Sahrawi potranno finalmente esercitare il diritto all’autodeterminazione, scegliendo tra Stato indipendente e annessione al Marocco.
Ma anche questo accordo rimane lettera morta. Le terre Sahrawi vengono invase da una seconda, terza e quarta Marcia verde, e si riempiono di coloni marocchini che rivendicano lontane discendenze da tribù sahariane, per aggirare il comma che autorizza la partecipazione al voto solo delle tribù del Sahara occidentale censite nel 1974 dagli Spagnoli.
Nel ginepraio di alleanze trasversali, attendismi tattici, voti favorevoli e contrari che segna l’ONU degli ultimi anni del Novecento, lettera morta rimarranno anche i Piani Baker I e II che propongono persino soluzioni (rifiutate) di amministrazione congiunta, sahrawi-marocchina, del Sahara occidentale. Per non dire, dell’ultima Risoluzione del Consiglio di Sicurezza, la 1541 del maggio 2004, che conferma la missione Minurso invitando ancora una volta il Marocco a trovare un’accordo per il referendum.
Come lettera morta rimane il documento approvato a Saragozza, in Spagna, nel novembre 2004, dalla Conferenza dei Comitati di sostegno al popoloo Sahrawi che condanna il lungo silenzio europeo, richiamando l’attenzione della comunità internazionale al rispetto delle Risoluzioni delle Nazioni Unite e del diritto internazionale.
Il Muro. Quello costruito da Rabat, a partire dal 1980, con l’obiettivo di dividere il Sahara Occidentale, lungo un’artificiosa linea di confine con l’Algeria, ed annettersi miniere e coste pescose (le più pescose dell’Atlantico). Lasciando nei fatti al Fronte Polisario e ai Sahrawi, di colpo oltre frontiera, la parte di deserto più arida e desolata.
2.500 chilometri per quattro metri d’altezza, messi in fila in dieci anni e sette tappe. Già nel 1985, dal sud di El Rachidia, la prima città sahariana che si incontra sulla strada che dall’est Atlante arriva alle terre Sahrawi, potevi vedere i soldati affaccendati come formiche a spalar la sabbia che il vento notturno accumulava lungo la parete estranea. Te li mostravano, con un gesto, le donne accovacciate a vendere gioielli, bracciali e collane di chicchi d’argento e grani di pietre e perline, sotto ripari di foglie di palma intrecciata.
Venti anni dopo, il Muro nel Sahara occidentale, costruito con l’aiuto di tecnici statunitensi e israeliani, è pattugliato da 120.000 soldati e incassato tra due cordoni di campi minati, ed esplosivi antiuomo made in Italy. Lo sorvegliano 40 sofisticati impianti di sicurezza, e un secondo muro verrà presto a fargli compagnia: è già in costruzione.
Tra tutti i Muri che ancora esistono al mondo, questo e’ il piu’ dimenticato.
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