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Commenti: Alba
Ciao a tutti, mi presento…sono Alba, una ragazza di 28 anni e faccio parte di un gruppo di volontari che ha avuto l’opportunità (mi piace chiamarla così) di conoscere la realtà Saharawi, di viverla a pieno attraverso la partecipazione ad una visita al campo profughi di El Ayoun (Algeria) nella settimana dal 19 al 26 marzo 2005.

Andiamo per ordine…vi racconto prima di tutto in che modo siamo entrati in contatto con il “popolo del deserto”. La scorsa estate, nei mesi di luglio ed agosto, il Borgo Ragazzi Don Bosco di Roma ha accettato la proposta della Provincia, che prevedeva l’accoglienza di dieci bambini Saharawi dagli 8 ai 12 anni appunto a Roma. Il nostro ruolo all’interno del progetto è stato quello di affiancare, in qualità di volontari, le persone che hanno coordinato tutte le attività, di accompagnare i bambini durante le loro giornate nella capitale, in tutto quello che facevano (visite mediche, giochi di vario tipo, gite al mare o in piscina, permanenza in una casa salesiana nel mese di agosto agli Altipiani di Arcinazzo).

Credo sia fondamentale dire quanto questa esperienza sia stata positiva per ognuno di noi, e quanto soprattutto sia stata il primo passo verso un amore e una dedizione alla storia ma soprattutto alle sorti di questo popolo così sconosciuto ma così ricco e affascinante. Con estrema malinconia e tanta tristezza, il 2 settembre abbiamo accompagnato i “nostri” 10 bambini all’aeroporto di Fiumicino…il progetto era dunque arrivato al capolinea!!

La cosa più preziosa che ci siamo scambiati, però, è stata una promessa…andarli a trovare il prima possibile, conoscere le loro famiglie, vivere insieme a loro, condividere le loro abitudini, le loro realtà quotidiane…e cercare soprattutto di percepire quali fossero le strade da intraprendere per poter portare un sostegno e un aiuto concreto.

Ecco quindi che il 19 marzo di quest’anno andiamo di nuovo all’aeroporto, ma stavolta siamo noi ad avere un biglietto e un visto tra le mani…e gli zaini pieni di caramelle, di colori, di matite…e di tanta euforia!! Prima tappa, aeroporto di Algeri, qualche ora di attesa e poi di nuovo in volo verso Tindouf, la città militare più vicina ai campi. La cosa che ricordo con un’emozione fortissima, è il tragitto con la jeep dall’aeroporto al campo di El Ayoun. Era buio, la strada asfaltata…un’impercettibile deviazione verso sinistra…e poi il deserto!!!

Essendo arrivati piuttosto tardi (era circa l’una di notte) ci siamo sistemati subito presso la struttura chiamata Protocollo, dove vengono generalmente ospitati i gruppi che si recano nei campi. Ci hanno messo a disposizione una stanza, dove, aperti i nostri sacchi a pelo, abbiamo trascorso la nostra prima notte tra i Saharawi. Così ha avuto inizio il nostro viaggio…

Essendo questa la nostra prima esperienza nei campi profughi, abbiamo avuto la fortuna di essere accompagnati da Valentina Roversi, presidentessa dell’Arci di Rieti e responsabile dei progetti pro Saharawi dell’Arci di Roma. La sua presenza lì ha fatto sì che il nostro “calendario” fosse denso di appuntamenti e di attività. Non siamo infatti partiti da Roma con delle idee già definite o con un progetto concreto da avviare. Il nostro scopo era quello principalmente di valutare da vicino quali futuri aiuti avremmo potuto offrire e di definire quindi le linee delle nostre successive attività da organizzare una volta tornati a Roma. Durante la settimana di permanenza nei campi abbiamo avuto la fortuna di entrare in contatto con diverse realtà.

Il giorno seguente al nostro arrivo abbiamo incontrato il Governatore di El Ayoun, Mansour, che ha voluto conoscere il nostro programma di viaggio, ha ascoltato le nostre storie e le nostre aspettative; ci ha messo a disposizione una jeep per gli spostamenti, ci ha affiancato una “guida” che ci ha accompagnati in ogni posto, e ha scelto 3 famiglie che ci hanno accolto nelle loro “case” e che ci hanno regalato la possibilità di vivere con loro durante tutto il nostro soggiorno. Le modalità sono state quindi definite da subito per rendere ogni momento più congeniale possibile. Come prima esperienza forte da raccontare, c’è senza dubbio l’assemblea delle donne del 20 marzo, presso il centro culturale. Mentre camminavamo per raggiungere il centro, struttura che organizza, accoglie e gestisce tutte le attività svolte nel campo, ci siamo trovati letteralmente sommersi in canti, colori delle melfe indossate dalle donne, bandiere saharawi che sventolavano ovunque…abbiamo quindi preso parte all’assemblea, ci siamo seduti in mezzo a loro, con gli sguardi ancora increduli e forse confusi, senza la possibilità di capire una parola di quello che dicevano, ma con un’emozione e un entusiasmo incontrollati. Da subito i primi bambini, i più curiosi e forse i più coraggiosi, si sono avvicinati a noi, ci hanno sorriso con una semplicità e una spontaneità impossibili da raccontare, ci hanno chiesto le caramelle…e poi ecco che le mamme, le sorelle di questi bambini si sono avvicinate, si sono presentate…e la mattinata è volata via. Da quel momento credo però che si è fatto spazio, in ognuno di noi, un concetto sconvolgente per la sua semplicità…stavamo vivendo un’esperienza che sarebbe rimasta indimenticabile.

Il centro culturale è stato in effetti uno dei punti fermi di questa esperienza. Ci sono state presentate tutte le attività che vi si svolgono (laboratori di pittura, computer, musica, tessitura, sport, teatro, canto e attività ricreative per bambini) e con estrema disponibilità e armonia abbiamo avuto modo di parlare con i responsabili che gestiscono i singoli laboratori, abbiamo potuto domandare loro quali erano le difficoltà più grandi da affrontare, le mancanze da risolvere. Abbiamo fatto un giro nel mercatino del centro dove abbiamo potuto acquistare anellini, vasi, lavoretti vari fatti da loro…

Le nostre giornate si sono svolte quindi principalmente all’interno del centro, ma abbiamo avuto modo anche di visitare il museo della guerra di Rabuni, dove sono conservati i carri armati e le armi usati durante la guerra con il Marocco, le foto, le testimonianze e i documenti di quel periodo così buio ma che nessuno ha intenzione di dimenticare. Abbiamo visitato l’ospedale, entrando così in contatto con le esigenze più estreme e più precarie, abbiamo parlato con i medici europei che hanno scelto di mettere a disposizione di questo popolo la loro professionalità, abbiamo avuto modo di vedere le carenze e le mancanze di strutture così preziose. Abbiamo visitato le scuole e le classi dove i bambini, alcuni seduti a terra, stavano sostenendo gli esami.

Durante il tempo libero abbiamo poi avuto la grandissima fortuna di rivedere i nostri 10 bambini, abbiamo giocato con loro, abbiamo conosciuto le loro famiglie, abbiamo bevuto il the nelle loro tende, abbiamo respirato il loro entusiasmo e il loro imbarazzo iniziale nel rivederci, abbiamo potuto condividere con loro i ricordi dell’estate trascorsa insieme. Con un po’ di tristezza, ogni giorno arrivava comunque il momento di rincasare. Non appena il sole tramonta infatti, scende un buio piuttosto fitto, e per noi, ospiti comunque in una realtà così diversa dalla nostra, era praticamente impossibile girare di notte…era impossibile orientarci in quell’oscurità e ritrovare soprattutto la strada di casa. Il paesaggio circostante è infatti uguale dovunque, le tende, simili tra loro nelle forme e nei colori, si confondono e si accavallano l’una all’altra; le “casette” costruite con mattoni di argilla e terra, che generalmente sono accanto alle tende e dove prediligono passare il loro tempo libero o accogliere gli ospiti, sono assolutamente identiche tra di loro e impossibili, per noi, da riconoscere. Dal momento in cui si tornava quindi ognuno presso la propria famiglia, aveva inizio il momento forse più intimo di tutta la giornata. Generalmente ci si rinfrescava con l’acqua raccolta in un secchio, posto nel bagno (non sempre presente) della famiglia, rappresentato da una zona distante dalla tenda o dalla casetta in muratura, chiuso con una porta traballante, e con un bagno alla turca e il famoso secchio con l’acqua poggiato a terra.

Dopo esserci quindi lavati e sistemati alla bene e meglio, si aspettava il momento della cena. In quei momenti ci si sedeva tutti in circolo su un tappeto, e la donna della casa dava inizio al suggestivo e amabile rito del the. Spesso quelli erano anche i momenti in cui potevamo giocare con i bambini della casa, potevamo chiacchierare con tutta la famiglia, conoscere eventuali ospiti arrivati per la cena…insomma, entrare a far parte, seppure per un tempo limitato, della famiglia e della sua quotidianità. Finita la cena, giusto il tempo di lavarci i denti, di dare la buona notte a tutti, e di infilarci nei nostri sacchi a pelo, distrutti, accaldati, ma con la curiosità e la gioia di vivere un’altra giornata nel deserto. Ecco…questo è più o meno il racconto di un viaggio che ritengo essere unico e ricco, colmo di straordinari momenti. Resta la difficoltà di trasmettere le emozioni, le sensazioni, gli odori, i colori e tutto ciò che gli occhi hanno osservato con curiosità ossessiva. e che il cuore ha respirato e fatto propri. Come esprimere il fascino di quel silenzio ovattato, rotto a intervalli regolari dalle grida dei bambini che giocano in ogni angolo, con tutto ciò che trovano, a piedi scalzi, sotto il sole; o dal verso di qualche capretta che circola qua e là, dal verso di un asinello che trasporta il carretto guidato da un ragazzo poco più che adolescente o da un anziano sempre pronto a salutare chiunque si trovi davanti. Come testimoniare la forza delle donne Saharawi, che sono il centro delle famiglie e di quasi tutte le attività svolte nei campi, la vivacità dei colori dei loro vestiti, la loro immensa ospitalità, i sorrisi dei bambini dietro sguardi a volte timidi e impauriti, a volte sfacciati e vispi, la sconfinata dignità di un intero popolo, che vive da ormai quasi 30 anni in esilio, in condizioni precarie, ma che pur di non perdere le sue radici, ha scelto di dare vita e forma ad una società e ad una gestione della vita politicamente organizzata, in grado di offrire attività e svago agli adulti, un tasso di scolarizzazione elevato e importante ai bambini e agli adolescenti. Come trasmettere il valore di ogni stretta di mano, di ogni sorriso, di ogni parola scambiata con ognuno di loro, di ogni momento trascorso a giocare con i bambini, o a bere il the insieme a loro, o a mangiare seduti su un tappeto, tutti da uno stesso piatto…e soprattutto come non portare nel cuore ogni tramonto, ogni scorcio di deserto rubato con gli occhi…come dimenticare anche un solo istante di questi 7 giorni…


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